Rabbia

Stasera, parlavo con un amico a telefono.

Era arrabbiato, tanto. L’ho ascoltato per come mi riusciva (in verità non sono stata una amica performante); mentre parlava, sono tornata indietro di un bel po’ di anni… a quel giorno di luglio, in piena crisi matrimoniale.

Il mio allora marito, approfittando della mia assenza (un po’ di giorni in campagna con i miei), prese ferie e non andò al suo preziosissimo e inderogabilissimo lavoro; a mia insaputa, montó il buon Pedro in macchina e vide bene di andare a scalare il monte Pisanino sulle Apuane.

Risultato?

Pedro sfinito con i polpastrelli delle zampotte completamente abrasi, sanguinanti e infettati dalla polvere…. Pedro, il mio adorabile Labrador camminatore con la bandana rossa al collo; Pedro che lo avrebbe seguito anche in capo al mondo, fino alla morte. Sí, perché Pedro era di cuore e sapeva amare senza chiedere niente in cambio, se non una carezza sulla testa e un po’ di crocchette.

S. preso dalla sua ansia di andar per monti per “riflettere”, “pensare”, “capire”, “parlare alla sua solitudine”; anche in quell’occasione…si comportò da egoista.

La cosa giusta da fare?

Litigare a morte, urlare e spaccargli il cranio per vedere se qualche forma di vita abitasse quella testa di cazzo…ma non lo feci…alzai solo un poco la voce, gli feci notare quanto fosse stato cattivo e portammo Pedro dal veterinario. C’era da curarlo: punture, medicamenti, riposo assoluto; zoppicava tanto da non riuscire nemmeno a salire un gradino.

S. continuava a minimizzare ed attaccarmi mentre io continuavo a incassare.

Si arrabbiò molto quando mi rifiutai di andare, di lì a pochi giorni, al mare con i colleghi. Dette di matto quando gli feci notare che era impossibile lasciare Pedro in quelle condizioni. In fondo, la causa era lui e solo lui ed il suo agire sconsiderato ed egoista.

Sapevo benissimo che non era quello… che Pedro era la vittima del nostro malessere, la proiezione della nostra zoppía. Io provavo senso di colpa (per Pedro e per noi), lui impazziva alla sola idea di rinunciare al fine settimana con lei. Rimase… scontento e rabbioso… di lì a poco, se ne sarebbe andato.

Rileggo il passato sotto un’altra prospettiva, vedo gli errori e le bugie, il mio senso di inadeguatezza, la mia insicurezza, la mia fragilità, il mio cieco amore, la mia immaturità nel gestirla, la mia incapacità di far sentire la mia voce…

Rimane solo rabbia, tanta rabbia. Mai detta, mai sfogata. Solo e soltanto rabbia….

A.

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Once upon a time

C’era una volta una giovane ragazza, troppo impegnata nello studio e nel sopravvivere all’adolescenza. Amava molto e soprattutto amava (non corrisposta) l’amore che non arrivava. Pensava molto, leggeva molto, sognava troppo: cercava la strada “giusta” picchiando – nel frammentre – diverse chiorbate. Forte della insensata gioventù, cadeva e si rialzava ogni volta, circondata da amici fidati e attenti.

C’era una volta una giovane donna, troppo impegnata nello studio e nel sopravvivere in una facoltà universitaria piena di maschi. Amava molto e trovó l’amore della vita (almeno così credeva…). Pensava molto, leggeva molto, lottava come un leone perché i sogni si avverassero: forse la strada intrapresa era quella “giusta”. Forte dell’amore che pensava fosse vero, si rialzava, aggrappandosi forte alla mano che lui le porgeva.

C’era una volta una moglie, troppo impegnata nel lavoro, nella gestione della famiglia e della nuova casa, alla ricerca di una nuova ricetta che la portasse all’equilibrio. Amava molto l’amore della sua vita, pensava molto, leggeva molto, continuava strenuamente a credere che i sogni si sarebbero avverati: la strada era accidentata e zoppicando continuava a guardare fiera avanti convinta che fosse “giusta”; quando cadeva, la mano di lui non c’era sempre…si sentiva debole.

C’era una volta una moglie sola, troppo impegnata nel lavoro, senza una famiglia da gestire, con i sogni infranti, una vita da ricostruire e un passato con cui far pace. Amava ancora molto (nonostante tutto) l’ex amore della sua vita, pensava troppo, non leggeva più, dormiva poco e, quando accadeva, sperava di svegliarsi dall’incubo in cui era infilata. La strada era in salita, arrancava piano piano camminando in avanti con la testa purtroppo rivolta all’indietro: stava percorrendo la strada “sbagliata”. Cadeva e si rialzava, ogni volta, sempre da sola.

C’era una volta una donna matura (?), impegnata nel lavoro, senza figli né famiglia, senza più sogni. Il passato le bussava alla porta e talvolta (ahi lei) sceglieva di aprire e guardare, come se sperasse di essersi sbagliata. Amava troppo, amava tutto, pensava sempre, ricominciava a leggere, dormiva male. La strada era in pianura ma dissestata. Guardava sempre meno indietro, camminando e fermandosi ogni tanto per capire dove fosse diretta.

C’è una donna, impegnata in un lavoro che ha cominciato ad odiare, che non avrà figli e che sogna sempre meno. Carica di rabbia. Quando pensa al passato e agli errori fatti, si maledice per la sua ostinata cecità. Ama tanto, ama il nuovo, comincia ad amare un po’ anche se stessa, pensa tanto, legge, dorme poco e male. Si riaffaccia timidamente la speranza, l’autostima riappare. La strada è diventata una enorme piazza, infinita, senza riferimenti, ci si perde….. Guarda e scruta l’orizzonte, cammina a zig zag, non si ferma…ma non sa se la strada è “giusta”. Arrivano stimoli nuovi, persone nuove e nuove idee. Il seme è piantato, adesso deve “solo” annaffiarlo. Cade e si rialza, circondata da amici fidati e attenti che la osservano da lontano. Sente la fatica, talvolta anche la noia, si riaffacciano timidi entusiasmi. Deve smettere di fare bilanci….

A.

My body is a cage…

Il periodo delle ferie e quello subito antecedente, è stato denso di riflessioni che presto entreranno a far parte di questo mio spazio.

Al momento il calcolatore cervellotico sta incamerando ed elaborando; seguirá la scrittura. Ho bisogno di dipanare la matassa scrivendo e buttando fuori un bel po’ di robina e di robaccia sia triste, tristerrima, tristissima, penosa, seria e faceta.

Sia come sia.

Leggerá chi vorrà, commenterà chi vorrà, starà zitto chi vorrà stare zitto.

Adesso, lo status è questo (ringraziamo “Pietro Gabriele”):

My body is a cage that keeps me

From dancing with the one I love

But my mind holds the key

My body is a cage that keeps me

From dancing with the one I love

But my mind holds the key

I’m standing on a stage

Of fear and self-doubt

It’s a hollow play

But they’ll clap anyway

My body is a cage that keeps me

From dancing with the one I love

But my mind holds the key

You’re standing next to me

My mind holds the key

I’m living in an age

That calls darkness light

Though my language is dead

Still the shapes fill my head

I’m living in an age

Whose name I don’t know

Though the fear keeps me moving

Still my heart beats so slow

My body is a cage that keeps me

From dancing with the one I love

But my mind holds the key

You’re standing next to me

My mind holds the key

My body is a

My body is a cage

We take what we’re given

Just because you’ve forgotten

That don’t mean you’re forgiven

I’m living in an age

That screams my name at night

But when I get to the doorway

There’s no one in sight

My body is a cage that keeps me

From dancing with the one I love

But my mind holds the key

You’re standing next to me

My mind holds the key

Set my spirit free

Set my spirit free

Set my body free

E buona fine estate a tutti!

A.

Quello che non ho

Spiaggia.

Seduta sulla mia performante seggiolina nuova (tanto facile da aprire e così complicata da chiudere per mia manifesta incapacità) leggo con un piacevole rumore di fondo fatto di onde, musica lontana, chiacchere. Leggo e penso mentre una brezzolina mi rinfresca.

Alzo gli occhi e vedo sulla battigia una spetezza tutta abbronzata che corre, schizza il fratellino, tenta di fare la ruota e si lascia rincorrere dalle onde. Il fratello, che cammina appena, imita il suo modello… lancia strilli divertiti all’arrivo di ogni onda, corre su e giù ridendo felice e prova addirittura una rovinosa ruota. E penso a me e a mio fratello; lo avremo fatto sicuramente anche noi…Allargo il mio campo visivo e vedo due genitori molto giovani, stesi sugli asciugamani polverosi che parlottano, sorridono dei figli e nel contempo osservano pronti ad intervenire al minimo pericolo. E penso ai miei; lo avranno fatto sicuramente anche loro…

Mi ritrovo a piangere nascosta dagli occhiali da sole. Commossa per quella scena e con la consapevolezza che non potrò mai essere come quei genitori. Comincio a sentire sempre più forte il rumore delle onde, diventa quasi assordante e mi ricorda, impietoso, quello che non ho.

Ho tanto, ma quello proprio no.

Quello che non ho di farla franca

quello che non ho quel che non mi manca

quello che non ho sono le tue parole

per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.

She’s a rainbow

“Hai così tante persone che ti vogliono bene…”

Ultimamente me lo sento dire da più parti… è tremendamente vero e son così fortunata perché mi rendo conto non sia così comune, soprattutto oggi.

Ma è altrettanto fottutamente vera, forte e dirompente, la sensazione di solitudine che provo, nonostante tutto.

Faccio cose (anche troppe), vedo gente…. 😂… ma…finita la rumba, la solitudine vince mio malgrado.

Quando mi isolo e metto il cervello in modalità “cose da fare off”, arriva… puntuale e picchia nello stomaco.

Cambia la mia prospettiva, aumenta la paura. Riaffiorano i ricordi (solo quelli dolorosi ovviamente) e il fato sembra si faccia beffe di me mettendomi davanti cose, persone, canzoni, luoghi e tramonti che rimbalzano sempre all’indietro e la sento…. Non è facile da descrivere…mi assale, offusca il mio giudizio, mi impedisce di godere del bello che mi circonda.

Talvolta mi assolvo pensando che sia un sentire comune per quelli come me, che avevano scelto il binario e preso il treno in orario….salvo poi incappare in un deragliamento…Inaccettabile e incredibile all’inizio, poi…rabbia e delusione, smarrimento e quel buco nero che ti porti dentro così difficile da colmare.

Sempre più spesso invece mi arrabbio per non avere i coglioni di tirare una bella riga (tombale) e magari ripresentarsi in stazione sorridente indossando un vestito svolazzante pronta a prendere il treno giusto, quello verso la serenità, la felicità e la pienezza delle cose che ci sono e che tendo a minimizzare.Un amico mi ripete sempre: il peccato più grande è l’immobilismo.

Che buffo…stasera, da sola, lontana da tutto e da tutti, chiudo gli occhi e si fa spazio un’immagine bella nitida ed evocativa: una crisalide con dentro una farfalla elegante e con delle ali stupende che si dibatte per rompere il guscio. Ali piene di colori e striature…e sono i miei colori.

E canticchio soddisfatta …. she’s a rainbow

Basta poco… manca poco… daje Arianta… che dopo sarà tutta in discesa!

Occhi

La lingua può nascondere la verità, ma gli occhi – mai!

(Michail Bulgakov)

Guardo le foto sul telefono.

Sorrido sempre… non è difficile… basta tirare verso l’alto i muscoli facciali e magari far venire un po’ di grinze in quá e in lá sul volto.

Guardo i momenti in cui sono state scattate e mi ricordo le sensazioni. Sono lí nette, scolpite nella pietra della memoria.

Qualcosa stride, controllo meglio e mi focalizzo sul mio viso.

Molto spesso i miei occhi non seguono l’andamento del viso ed è da tento tempi che succede. Sorrido, forse anche rido sguaiata, ma…loro non lo fanno. Sono annacquati, annebbiati, offuscati, spenti, stanchi.

E quindi?

Solo foto con occhiali da sole! E via andare.

A.

Vita 2.0

Terzo giorno su quattro. Firenze Rocks. Afona, stanca ma felice.

Mi ritrovo a scrivere mentre aspetto gli Iron Maiden col sottofondo degli Helloween. Seduta comoda all’ombra e con una ruffiana brezzolina che fa stare bene.

Rifletto e penso al mattoncino che ho messo per questo evento e mi dico… sticazzi A., brava ne valeva la pena davvero.

Guardo anche alla settimana passata, cominciata domenica scorsa con un pomeriggio in un pub a vedere una partita di calcio storico (quest’anno s’è pure perso cazzarola!!) e una cena per me impensabile nella mia vita 1.0. Impensabile perché mi sarei sentita inadeguata e piena di insicurezze (quello in verità un po’ è rimasto ma lo gestiamo assai meglio). Impensabile perché ero inquadrata in uno schema mentale pieno di rigidità autoimposte e stupidi pregiudizi. Impensabile perché per anni sono stata circondata da persone che credevo care e che poi, alla lunga, non sono state tali.

Quindi… segno più Arianta, il segno del miglioramento.

Segue un mercoledì da leoni dove ho cominciato a conoscere meglio questo gruppo di ragazzi affascinanti. C’è da organizzare… mi sono fatta intortare come sempre…Motociclisti incalliti, riescono a tenere insieme, con senso di fratellanza e comunità il gruppo che è trasversale per età, sensibilità, singole attitudini, disponibilità, conoscenze. Fanno cose, hanno progetti, sono sfrontati, inopportuni, educati, colti, bellocci, bevitori e mangiatori, goderecci, senza filtri e preclusioni, orientati alla moto e alla gnocca. In una parola LIBERI.

E questa vita 2.0, che mi sta mettendo davanti persone di qualità e dalle molte qualità che meritano attenzione e valgono la pena cosa mi vorrà dire? Una vita talmente impensata che mi fa chiedere: ma… a me? cosa ci incastro io?? Probabilmente anche niente, ma per una volta, proveremo a fottercene e viverla per quello che ci porterà.

Oltre a D., il responsabile di avermi gettato in questa nassa, c’è lui, A. che è stato capace di catturare le mie sinapsi. Intelligente (anche troppo), divertente, sfrontato, colto, incazzoso, sornione, con un vissuto alle spalle pieno di senso e interessante, uno scrigno da aprire, cazzone, capace di capire le situazioni e le persone alla velocità della luce, galante ma allo stesso tempo capace di trasformarsi in uno scaricatore di porto della peggior specie. Vive a mille, ne fa mille perché in fondo bisogna essere felici di quel che si è stato, di quel che si è e di quel che si sarà. Ha una ragazza che lo supporta a dovere… insieme sono due rizzabaracca di prima categoria!

A., mi ha fatto tornare in mente questa frase di Thoreau letta tanto tempo fa:

Andai nei boschi perché volevo vivere con saggezza e in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire in punto di morte che non ero mai vissuto.

E credo gli stia proprio bene cucita addosso, è la sua cifra!

Non so che sarà, se sarà una meteora, un nuovo amico con cui percorrere un pezzetto di strada o un amico per la vita. Gli incontri – quelli veri – lasciano un seme che poi nel tempo germoglierà se si sarà capaci di curare la piantina. Intanto c’è stato per un po’ e già ne son felice.

Quindi, benvenuti Jonnhy e benvenuto A!!