Perché R. è R.

E anche R. se ne è andato.

Dopo molti tentativi è riuscito a dare una svolta epocale al suo lavoro, al suo stipendio e alla sua dinamica familiare. Dovrei essere felice e di testa lo sono…anzi sono orgogliosa di lui.

Di pancia, invece c’è qualcosa che non mi quaglia…. l’allontanamento che vivo come un abbandono, quei 150Km di distanza che non ci permetteranno più di decidere all’ultimo momento di farci una birra dopo il lavoro, la mancanza della certezza che eravamo a una telefonata e 20 minuti di strada l’uno dall’altra.

R. è stato un collega prezioso ma più di tutto una scoperta meravigliosa.

Lo conoscevo di vista dai tempi dell’università, sapevo che era bravo e veniva da fuori Firenze, sapevo che era iperfidanzato e che faceva ambientale. Più avanti, ci siamo ritrovati a vincere lo stesso concorso e a fare lo stesso lavoro. A volte pranzavamo insieme, conoscevo meglio la sua ragazza dell’epoca (perché l’iperfidanzata nel frattempo era diventata ex moglie), scambiavamo due chiacchere ma poco di più.

Poi accade che io divento una ex moglie e per scappare dalla presenza ingombrante della buonanima di S., vengo trasferita al quarto piano, proprio dove sta R.

Divento una vicina di stanza. Mi accoglie, come mi accolgono gli inquilini del quarto piano, belle persone cariche di valori umani non comuni.

Un giorno, durante una pausa, mi siedo alla sua scrivania e gli dico: e se io e te si trovasse qualcosa da fare insieme? Tipo un corso di ballo?

Comincia così la nostra Amicizia.

Negli anni, ho trovato un uomo sensibile, intelligente, belloccio, provato dalla vita e nonostante tutto positivo, un confidente, un compagno di lindy hop, accogliente, arguto, simpatico, preparato sul lavoro, razionale, passionale, empatico, gentile, con un’intelligenza emotiva fuori dal comune così come il suo lato femminile.

Ricordo in ordine sparso: il ballo, i concerti in trasferta, la mostra di David Bowie a Bologna, le birre ghiacciate, i dolori e le gioie, la frustrazione e la soddisfazione a lavoro, la sua positività, i consigli, gli abbracci, la sintonia, le battute, il suo spiccato senso dell’umorismo e la sua risata contagiosa. Le cene che mi ha cucinato, l’aiuto che mai mi ha negato, una notte al pronto soccorso, un compleanno a sorpresa in agriturismo, una gita al giardino dell’orticoltura coi suoi adorabili bambini, le foto con le parrucche, la passione per la musica e il canto, la ricerca della felicità e della serenità.

Gli dicevo sempre: io e te dobbiamo fare una civil partnership, altro che cercare un compagno o una compagna… chi c’ammazza a noi? E ridevamo a crepapelle mentre discutevano dei dettagli dell’accordo su chi avrebbe pulito casa, l’astinenza da sesso, la gestione della cucina e altre amenità.

Adesso…lui è un po’ più distante proiettato verso un cambiamento; io rimango qui, quasi immobile, con una bella fetta di torta nostalgia da mangiare, una manciata di promesse per il futuro, un groppo alla gola che non va su né giù.

Perché ?

Perché R è R. E come lui ce ne sono pochi.

Lui lo sa, io lo so.

Mi mancherà da morire.

Lacrimuccia, applausi, sipario.

Arianta

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Il film

Ripensavo oggi a un annetto fa.

A quella birra al piazzale, a quelle chicchere intelligenti e intriganti.

Poi si svolge la pellicola, dura un tot: scorro quello che c’è stato, il Bello e il

Brutto, le Bugie e i Silenzi, le Presenze e le Assenze e infine il facile Oblio.

Il film finisce con un saluto stentato e imbarazzato a uno dei nostri giobedi.

Mi dicevi “tu sei fatta dell’essenza delle domande” ed è molto vero.

Rimango coi miei mille punti interrogativi corredato da altrettanti punti esclamativi che mi son data e che non mi piacciono per niente.

Non li amo, ma rappresentano lo specchio della cruda e brutta realtà.

Potevamo essere migliori di così.

Anzi no, TU potevi essere migliore di così.

A.

Inusuale

Stasera ho fatto una cosa per me inusuale.

Mi sono lavata, truccata, vestita; ho preso la macchina e mi sono regalata una serata da sola.

Mi trovo a questo tavolino, immersa nei miei pensieri..intorno a me un cicaleccio di gente allegra che fa due chiacchere al fresco.

Io e la mia birra ascoltiamo questo delizioso quartetto jazz e i miei pensieri galoppano.

Penso al fatto che stare qui da sola non è così sgradevole, che tra un po’ comunque mi raggiungerà un AmicoconlaAmaiuscola, che da domani sono in ferie e potrò finalmente cercare di riposare.

In questo momento l’Amico mi condivide la sua posizione come a dire: aspettami che sto arrivando. Sorrido e aspetto volentieri il mio piccolo angelo vendicatore.

Intanto, il primo giro di birra, brindo a me e realizzo al contempo che in questo periodo di assenza dal blog, ho fatto un sacco di cose ganze che narrerò di sicuro nei prossimi giorni.

Quindi… a presto e…cheers a tutti.

A.

Stargate

Oggi parlavo con un’amica che sta vivendo una grossa crisi di coppia che potrebbe portare alla rottura…

La guardavo piangere e ascoltavo i suoi discorsi densi di incredulità, sentivo la paura del futuro ed il profondo dispiacere di non condividere più la quotidianità col suo compagno.

Non ci posso credere…non ci voglio credere…non può finire così…. le sentivo ripetere.

Subito entro nello stargate che mi riporta a un po’ di anni addietro. Mi rivedo rannicchiata in posizione fetale sul divano a piangere e guardare nel vuoto. Accanto a me mia madre e mio fratello, come se fossero elementi di arredo o carta da parati. Io, sospesa in quella bolla, altalenando tra un non può essere e è un momento…tutto tornerà a posto. Schizzo avanti nel tempo sino a pochi mesi fa. Fatte le debite proporzioni: il solito mantra, lo stesso vuoto da riempire, la medesima sensazione di non essere abbastanza e di fallimento. La consapevolezza che si deve ricominciare a risalire la china con lo zaino pieno di macigni.

Mi ritrovo a parlarle, a raccontarle le mie emozioni e come si sono evolute nel tempo. Non le nascondo che sarà difficile, che ci vorrà del tempo, che passerá attraverso il periodo di attesa nel ritorno, scivolerà nel lutto da elaborare, rimetterà fuori il capo con un po’ di rabbia e alla fine arriverà ad accettare la situazione. Infine, le assicuro che la cicatrice rimarrà, per sempre, lì da una parte chiusa in un cassetto.

Sembro quasi saggia e distaccata ma dentro ho un rimescolio di emozioni fortissimo. Penso e ripenso; spero che a lei vada meglio, che riesca a tenersi accanto l’uomo che ha scelto.

Lascio la sua casa assorta, avvolta in quella bolla emotiva che mal si cancella, conscia dei miei fallimenti e della mia inadeguatezza.

Qualcosa sanguina….sento male, tanto, ancora una volta.

A.

Cum dividere

In fondo è semplice. È tutto molto facile.

Una sera d’estate a Firenze, un circolo lungo l’Arno, il coro riunito intorno a un po’ di cibo e del vino.

Chiacchere, abbracci sinceri, occhi attenti che vedono la mia magrezza inusuale, arrivano i complimenti per come stai bene… seguiti da tanti basta così che sennò ti sciupi troppo!

La famiglia parla: amici in comune, noi, musica, esperienze, cuori infranti, avvenimenti, matrimoni, funerali, personaggi esilaranti, lavoro, futuro.

In fondo è semplice. È tutto molto facile.

Basta condividere nel senso etimologico…cioè offrire del proprio ad altri. Senza filtri, senza paura, senza giudizio, il vero sale della vita.

In fondo è semplice. È tutto molto facile. E tutto stramaledettamente molto bello.

Esserci

Ieri sera, un po’ controvoglia, mi sono fatta strascicare a una festa di Pitti (a Firenze, nella settimana della moda, queste cose accadono).

Mi sono messa un abito, un po’ di tacco e un po’ di trucco e via.

Arrivate in ritardo come usanza vuole (e che io odio!) perché donne, ci siamo presentate belle sorridenti; salutato tutti gli amici, subito vengo agganciata dal mio piccolo angelo vendicatore che, dopo un abbraccio come si deve, mi fa: come stai? Ed io: bene, dai! Segue un sorriso disarmante e il fatidico: Ragazziiii fate spazio che la porto a bere!

Comincia così una bella festa, con musica dal vivo, alcol e pochissimo cibo. Segno +: non essersi mai fatta la domanda: ma io cosa cazzo ci faccio qui? Il che significa che il clima era ottimo.

Nel marasma generale, ho pure incontrato un amico col quale siamo stati vicini di scrivania per 3 anni; era solo uno stagista (con dei gran numeri!) e adesso è diventato un ingegnere di tutto rispetto! Ci siamo raccontati un po’ di pettegolezzi, abbiamo riso e ci siamo rimessi a posto sulle situazioni di cuore. È stato davvero un bell’incontro: inaspettato, non programmato e sincero.

A un certo punto, vede i miei rumorosi e chiassosi amici, come mi salutano, come mi abbracciano, come mi tutelano, come cercano di farmi sentire a mio agio e mi fa: son ganzi Arianta, non lasciarli scappare, ti fanno bene.

Rifletto… e ha ragione. Devo assolutamente recuperare la serenità a stare con loro, capire che le mie fragilità non devono essere un ostacolo, sentire il bene o comunque la genuinità e la verità che pervade questo gruppo di adorabili scalmanati. Non rinunciare per paure che, seppur motivate, dovrò prima o poi affrontare. Stavolta, giusto perché dagli errori si dovrebbe imparare, non voglio essere io a fare il passo indietro, a sparire per non star male, a evitare per non avere imbarazzi e creare frizioni. Stavolta, se mi riesce, non appena riuscirò ad essere un po’ più serena, voglio ricominciare ad esserci come si deve e come merito.

Ma si sa, la strada per la perdizione è lastricata di buone intenzioni…

A.

Rieccoci

Rieccoci.

Siamo tornati un po’ (parecchio) indietro. Pensavo di essere abbastanza immune e invece…le ultime vicissitudini ci fanno capire che ora, proprio, non ce la si fa.

Il mantra quotidiano in casa e fuori è: tutto a posto? stai bene? qualcosa non va? sei strana! sei triste!

Ed io: si, certo! Assolutamente! tutto benone! no, son solo stanca!

La prima amara considerazione è che sono evidentemente una pessima attrice.

La seconda, strettamente collegata alla prima, è che che non ce la si fa a praticare con successo il tuttobenismo.

La terza è che son circondata da persone attente che mi voglion bene.

La quarta è che non so spiegare bene, mi mancano le parole (e anche questa è una notizia!). Voglio provare a farlo lo stesso, prendendo in prestito le parole della Fallaci:

Incredibile come il dolore dell’anima non venga capito (…) Eppure il dolore dell’anima è una malattia molto più grave della gamba rotta e della gola infiammata, le sue ferite sono assai più profonde e pericolose di quelle procurate da una pallottola o una scheggia. Son ferite che non guariscono, quelle, ferite che ad ogni pretesto ricominciano a sanguinare…

Ecco, da domani a tutte le domande, risponderò così: “le mie ferite hanno ricominciato a sanguinare, ma passerá, spero!”

Almeno…avrò detto la verità, sarò sembrata più convincente e probabilmente il prossimo post lo scriverò direttamente dal reparto di psichiatria perché mi prenderanno tutti per pazza.

Ma tant’è…

A.