Quel che rimane

Piano piano, lentamente, mi riapproprio di quello che amavo fare e di cui mi sono privata per molto tempo.

Amavo leggere a letto, da sola, rannicchiata in posizione fetale; in sottofondo i rumori della casa: la lavastoviglie che gira, la tv mormorante, lo squillo del telefono, un cane che abbaia, il vento, la pioggia sul tetto…

Amavo leggere a letto, scaldare la mia e la sua parte, aspettarlo sveglia. Talvolta lo annoiavo leggendogli alcuni piccoli brani e facendo delle riflessioni ad orari assurdi.

Amavo leggere a letto, immergermi nelle storie ed immedesimarmi…talvolta fino alle lacrime come quella volta che, leggendo Venuto al mondo, mi ritrovai a singhiozzare.

Amavo leggere a letto ed addormentarmi col libro aperto in mano. Lui, amorevolmente, lo chiudeva senza perdermi il segno e spengeva l’abat-jour.

Più tardi, il suo chiudere amorevolmente il libro si era tramutato in un fastidio. Anche quel piccolo gesto gli era pesante.

Poi…il cambio della casa, delle abitudini, del letto, delle prospettive e della vita hanno fatto sí che per molto, troppo, tempo non mi sia più concessa questo lusso. Mi ricordava una quotidianità scomparsa che faccio ancora fatica a dimenticare.

Piano piano, con una assiduità perduta, mi rimetto in carreggiata. Ho ricominciato a leggere ed ascoltare i rumori della casa. E mi piace ancora, tanto.

Rimane una parte di letto vuoto, difficile da scaldare e da riempire, la nostalgia per quello che non c’è più e la voglia di tante cose nuove.

A.

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Il riccio con le spalle larghe

Il nuovo anno ha portato in cielo una nuova stella. D. era stanca e ha mollato gli ormeggi per raggiungere suo marito.

Ho avuto il piacere di conoscere questa donna d’altri tempi ma ultra moderna, molto simile a mia nonna: generosa, presente, allegra e saggia. Un vissuto forte che trapelava in ogni suo sguardo.

D. lascia in dote a questo mondo due splendide nipoti, che ha amato come solo le nonne sanno fare, e una figlia, G., talvolta troppo convinta di dovercela fare a tutti i costi e soprattutto da sola.

G. è determinata, consapevole, disponibile, intelligente, attenta ai bisogni degli altri e sempre pronta a ridere di tutto e con tutti; una donna ferita dalla vita e da un matrimonio fallito, orgogliosa, abituata a cavarsela in ogni occasione perché, come dice anche lei, il bisognino fa trottare la vecchiarella. Una donna ormai avvezza a recitare a soggetto a seconda delle necessità: mamma, babbo, sorella, cuoca, idraulico, estetista fai da te, commercialista….

Spesso mi preoccupo per lei e le ripeto sempre: per favore, pensa un po’ anche a te! Lo dico anche se so benissimo che non lo farà.

G. è come un riccio: dentro ha un mondo che difficilmente fa vedere ed è maestra nel nascondere le sue fragilità; il prezzo da pagare per questa ‘riccitudine’ è sentirsi dire nei momenti più bui, quelli dove vorresti urlare e buttarti in terra come un lemure fingendoti morto, tanto, tu… sei forte… (roba da far incazzare anche Madre Teresa di Calcutta!)

G. però è forte davvero, più di quanto lei stessa pensi. E lo sarà ancora di più quando capirà che chi le sta attorno, me compresa, non aspetta altro che un suo cenno per condividere un pezzettino di strada e – se possibile – portare una parte di peso al suo posto per alleggerirla un po’.

Signore, dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare, la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre.

Tommaso Moro, 1587: Preghiere della Torre

Arianta

Io le volevo bene e mi fidavo

C’era una persona.

Aveva fatto una scelta di quelle che io chiamo per stomaci forti. A 19 anni, si era rinchiusa in un convento di clausura.

Aveva dedicato la sua vita a Dio, rinunciando alla normalità e ai rapporti tradizionali con le persone. La famiglia all’epoca non la prese bene ma, trattandosi di persone molto religiose (almeno sulla carta), la seguirono in questa sua scelta.

Arrivò il momento di conoscerla. Di solito le presentazioni in famiglia si fanno davanti a un bel piatto di lasagne e del buon vino; io invece le feci in una cella di un convento di clausura.

Ero ansiosa e preoccupata. Arrivammo in questo posto magico, un panorama mozzafiato che guarda l’intera Valdichiana; compresi da subito i rituali necessari per poter accedere al monastero e le regole di comportamento da tenere.

Fu così che la conobbi; chiaccherammo per le tre ore concesse, fino al richiamo della campana. Mentre eravamo lì, alcune delle sue “sorelle”, forse per curiosità o per condividere la sua gioia, chiesero di conoscermi.

Niente grate, niente orpelli strani. Solo un elemento divisorio tra noi e loro. Un tavolino attraverso il quale, negli anni a venire, ci saremmo scambiati baci e lunghi abbracci e sul quale avremmo poggiato caffè e biscotti di benvenuto.

Ho conosciuto una persona solare, allegra, serena, consapevole e contenta della propria scelta, intelligente e disponibile; e ho voluto frequentare quella che era diventata la sua famiglia ovvero le sue “sorelle” che ancora ricordo una ad una.

Col tempo, ero diventata di casa. Scherzavo con tutte e mi permettevo di dare soprannomi alle mie pinguine. Andare a trovarla per me era sempre fonte di gioia.

Tutte le volte che ripartivo per casa, provavo una strana sensazione ed al mio cervello iper razionale sembrava impossibile che avesse scelto di stare chiusa lí dentro.

La vulgata comune dice che chi si fa suora di clausura scappa dal mondo. Provate a riflettere su questo: nel pieno delle vostre facoltà mentali decidete di mollare tutto e chiudervi in un edificio dal quale sai che potrai uscire solo per il funerale dei tuoi genitori o per il tuo. Non so se scappino dal mondo ma credo fermamente che ci voglia una grande motivazione, qualsiasi essa sia.

Io le volevo bene e mi fidavo.

Quando le cose son cambiate, non è stata capace (o non ha voluto) aiutarmi…

Io le volevo bene e mi fidavo.

È stata la prima a cui ho chiesto aiuto. Mi ha mentito e tradito.

Io le volevo bene e mi fidavo.

Non ha cercato di rimediare, chiedere scusa, lottare per spiegarsi…probabilmente si sente dalla parte del giusto.

Io le volevo bene e mi fidavo.

Mi sono allontanata e lei non ha fatto niente per provare a trattenermi. Probabilmente per lei è stato quasi un sollievo.

Io le volevo bene e mi fidavo.

Ho nostalgia delle nostre chiacchierate a cuore aperto ma…di sicuro erano una gioia solo per me e il cuore aperto era soltanto il mio.

Io le volevo bene e mi fidavo.

Spesso la penso ancora e provo solo tanta delusione perché anche lei, è stata un errore di valutazione. Una persona tossica che mi ha fatto male mentre l’abito che indossa e quello che professa, avrebbero dovuto far sí che le cose andassero diversamente.

Io le volevo bene e mi fidavo.

Niente ferisce, avvelena, ammala, quanto la delusione. Perché la delusione è un dolore che deriva sempre da una speranza svanita, una sconfitta che nasce sempre da una fiducia tradita cioè dal voltafaccia di qualcuno o qualcosa in cui credevamo. E a subirla ti senti ingannato, beffato, umiliato. La vittima d’una ingiustizia che non t’aspettavi, d’un fallimento che non meritavi. Ti senti anche offeso, ridicolo, sicché a volte cerchi la vendetta. Scelta che può dare un po’ di sollievo, ammettiamolo, ma che di rado s’accompagna alla gioia e che spesso costa più del perdono. (O.Fallaci)

A., Sister in law

Bilanci e propositi

Oggi giornata strana.

Reduce da un 30 dicembre divertentissimo, il 31 poteva solo essere peggio.

Dormo e recupero le energie per riuscire il 31 sera a barboneggiare per le vie del centro in cerca di eventi musicali più o meno interessanti. Penso, mentre cerco di prendere sonno, al fatidico bilancio.

Chissà perché il bilancio a fine anno è quasi sempre negativo. Non voglio che lo sia. Apro la raccolta delle foto del mio iPhone e scorro… piano piano.

Rimetto in fila gli eventi e arrivo a capire che alla fine, anche se si considera il passato sempre come un anno di merda (come la convenzione impone) con l’aggravante di Saturno nel segno, in fondo… tanto male non è stato.

Ho sempre lavorato e, in particolari casi, anche con grossa soddisfazione personale. I soldi mi sono sempre bastati per fare tutto quello che volessi.

Ho conosciuto tante persone nuove e instaurato rapporti, anche intimi.

Ho assistito a tanti bei concerti in molte parti d’Italia e l’ho condiviso con tanti amici.

Ho visitato Lisbona e Stoccolma.

Mi sono separata ed ho patito, tanto.

Se ne sono andate per sempre delle belle persone e ho assistito al dolore di amici ma la mia famiglia è intatta e in salute.

Ho speso il mio tempo per aiutare la mia comunità e alcuni giovani virgulti a studiare.

Ho cantato col mio Coro in posti strepitosi e la sorellanza con le mie sisters cresce a dismisura.

Ho riallacciato rapporti che avevo dato per spacciati.

Ho avuto paura per la mia salute e fortunatamente non era niente di che.

Non mi sono innamorata, il mio cuore non ha cominciato a battere e sfarfallare.

Ho ballato, riso, scherzato, pianto e vissuto emozioni forti.

Ho scritto in questo blog.

Ho sofferto per la morte del mio Pedro, il cane che era rimasto all’ex marito.

Ho cercato di coltivare l’amore anche se la rabbia è sempre tanto presente e insistente.

Ho cercato di farmene una ragione, di accettare, metabolizzare e perdonare ma qui ancora c’è da lavorarci.

I propositi?

Divorziare, trovare una casa tutta mia, innamorarsi nuovamente ed essere corrisposta, continuare a lavorare alle cose che mi piacciono, curare di più la mia salute e la mia persona, impegnarsi in progetti che da tanto tempo ho in mente, continuare a cantare e ascoltare musica, fare un bel viaggio, rinsaldare i rapporti e ampliare i miei orizzonti, ricercare la fede in Dio che non trovo più, perseguire la mia felicità, perdonare e amare, trovare la pace interiore, volermi più bene e avere stima di me, credere di più nelle mie capacità, spiccare il volo… che dite sarà troppo?

A.

Tante domande e poche risposte

Quanto è dura perdonare.

Non col cervello, quello si fa… e si dice anche ti ho perdonato…tanto che ci costa..

Perdonare sul serio… è tutta un’altra storia. Ancora più difficile lo è quando nessuno si scusa o si pente; il perdonare-nonostante-tutto credo sia appannaggio solo dei Santi.

Sono certa che perdonare davvero significherebbe vivere con serenità il passato e aprirsi con fiducia al futuro. Far pace con le persone o le situazioni che ti hanno fatto male, equivarrebbe a suturare ferite che finalmente si rimarginerebbero. Significherebbe far pace con sé stessi e riacquistare fiducia negli altri e nella vita.

Ma come farlo sul serio? Come farlo sentendolo sgorgare dal profondo?

In questo momento ho la necessità di perdonare, di non sentire lo stomaco in subbuglio e il sangue che sale alla testa per la rabbia, di non ricacciare le lacrime indietro….ma non basta. Non basta dire ne ho bisogno, quindi ti perdono; non è solo razionalità.

Direi che non funziona nemmeno il pragmatismo. Mille le modalità che ho immaginato e pensato: urlare come un’indemoniata, scrivere lettere dove racconto la Versione di Arianta (si, perché ci sarà sempre una versione opposta alla tua…) e mandarle (o bruciarle?), prendere a calci e pugni un cuscino, distruggere una stanza intera, ma… non servirebbero.

Non importa quando sia grande la ferita; anche quelle piccole, se non si sanano via via, si infetteranno e ti infetteranno il cuore. Saranno come una montagna di fastidiosi sassolini nelle scarpe che non vediamo l’ora di scagliare da qualche parte (o meglio, addosso a qualcuno).

E allora che fare? Dialogare e spiegarsi potrebbe aiutare ma spesso mancano le condizioni primarie: consapevolezza e conoscenza di aver fatto male a qualcuno, capacità di chiedere scusa e spiegare le proprie ragioni, volontà di ascoltare e finalmente di perdonarsi a vicenda.

Quindi?

Accettare e metabolizzare: gli stati di fatto, le cose successe, le frasi dette o scritte, la diversa intelligenza emotiva, sensibilità e scala di valori?

Partire dall’assunto che il male ricevuto non sia fatto apposta ma frutto di una, chiamiamola, incomprensione?

Oppure?

Considerare che anche io posso fare del male senza accorgermene?

Superare l’orgoglio, la rabbia e il dolore della ferita e fare il primo passo per il dialogo e la riappacificazione?

Tante, troppe domande e ahimé poche, pochissime risposte….

Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente. (Nelson Mandela)

50 anni

Oggi è il compleanno di una persona speciale.

Una fortuna averlo incontrato sulla mia strada. Un gigante buono che, con amore, mi chiama mimma e mi avvolge tutte le volte col suo senso di protezione.

Sempre presente, sa ascoltare, simpatico, attento, premuroso, preparato sul lavoro e soprattutto tanto tanto tanto Amico.

È bello quando in un ambiente perlopiú sterile, riesci a scovare questi diamanti grezzi.

Si, perché per me P. è stato davvero un dono grande. Con lui mi sento sempre a mio agio e LIBERA: di parlare, di imprecare, di piangere, di ridere e condividere “il bono e il pocobono”.

P. è un padre amorevole, un figlio premuroso, un marito presente e un amico attento. Saldo nei principi, crede nei legami. Un uomo buono, di quelli rari da trovare e responsabile (talvolta anche troppo!, tanto da rimetterci di salute); ama la cucina e ogni occasione è buona per la convivialitá.

Insomma un compagnone che non si può fare a meno di amare e apprezzare.

Quindi, mio gigante buono… felice compleanno ♥️

A.

Aria di Natale

Questo avvicinarsi rutilante al Natale mi ucciderá.

Sono lontani gli anni in cui si respirava “aria di Natale” passando a preparare bigliettini e a cercare pensieri piccoli piccoli per gli amici. Non di rado, ci mettevamo d’accordo e passavamo qualche pomeriggio a confezionare qualcosa con le nostre mani o a cercare regali per negozi. Era bello il pensare agli altri, il tempo speso a cazzeggiare cercando un’idea brillante per un presente calzante. Non contava il costo ma il gesto.

Pure mia madre, che è sempre stata una irriducibile hooligan del Natale, quest’anno si è rassegnata e ha abrogato il famigerato albero. Non ha però resistito al presepe… minimalista… 4 personaggi su un mobile e una candela finta.

Sotto tono e tristezza diffusa quindi. Niente gioia, lucine, sorrisi e auguri per tutti.

Personalmente, non vedo l’ora di arrivare al 7 gennaio. Mi sento molto stanca e avrei bisogno anche di un bello stacco dal lavoro ma… se mollo, la mia cara e fidata amica sadness sale a sanghellucio sulla mia schiena e procede al soffocamento. Quindi… è pure peggio! Evviva il lavoro forzato e forzoso.

Per contro, canto, tanto e con soddisfazione; ritrovarsi con le mie ‘sorelle’ acquisite mi fa bene ed è l’unico segnale tangibile che è effettivamente Natale oltre alle luminarie per le strade.

Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo e rivivere quei Natale densi di attesa e di attenzione per gli altri. Adesso faccio molta fatica a fare attenzione a me stessa… figuriamoci agli altri…

Era la mia prima vita. Adesso sono nella seconda… anzi… già che ci siamo…

Caro Babbo Natale, diciamo che è diverso tempo che faccio la brava. Per quest’anno chiederei solo una cosina facile facile. Penso che entri bene anche nel sacco. Ecco… insomma… se non ti fosse di troppo disturbo… vorrei la mia seconda occasione.

A. (42 anni ma fai conto che ne abbia 6 per favore!)