Quel che rimane

Piano piano, lentamente, mi riapproprio di quello che amavo fare e di cui mi sono privata per molto tempo.

Amavo leggere a letto, da sola, rannicchiata in posizione fetale; in sottofondo i rumori della casa: la lavastoviglie che gira, la tv mormorante, lo squillo del telefono, un cane che abbaia, il vento, la pioggia sul tetto…

Amavo leggere a letto, scaldare la mia e la sua parte, aspettarlo sveglia. Talvolta lo annoiavo leggendogli alcuni piccoli brani e facendo delle riflessioni ad orari assurdi.

Amavo leggere a letto, immergermi nelle storie ed immedesimarmi…talvolta fino alle lacrime come quella volta che, leggendo Venuto al mondo, mi ritrovai a singhiozzare.

Amavo leggere a letto ed addormentarmi col libro aperto in mano. Lui, amorevolmente, lo chiudeva senza perdermi il segno e spengeva l’abat-jour.

Più tardi, il suo chiudere amorevolmente il libro si era tramutato in un fastidio. Anche quel piccolo gesto gli era pesante.

Poi…il cambio della casa, delle abitudini, del letto, delle prospettive e della vita hanno fatto sí che per molto, troppo, tempo non mi sia più concessa questo lusso. Mi ricordava una quotidianità scomparsa che faccio ancora fatica a dimenticare.

Piano piano, con una assiduità perduta, mi rimetto in carreggiata. Ho ricominciato a leggere ed ascoltare i rumori della casa. E mi piace ancora, tanto.

Rimane una parte di letto vuoto, difficile da scaldare e da riempire, la nostalgia per quello che non c’è più e la voglia di tante cose nuove.

A.

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Bilanci e propositi

Oggi giornata strana.

Reduce da un 30 dicembre divertentissimo, il 31 poteva solo essere peggio.

Dormo e recupero le energie per riuscire il 31 sera a barboneggiare per le vie del centro in cerca di eventi musicali più o meno interessanti. Penso, mentre cerco di prendere sonno, al fatidico bilancio.

Chissà perché il bilancio a fine anno è quasi sempre negativo. Non voglio che lo sia. Apro la raccolta delle foto del mio iPhone e scorro… piano piano.

Rimetto in fila gli eventi e arrivo a capire che alla fine, anche se si considera il passato sempre come un anno di merda (come la convenzione impone) con l’aggravante di Saturno nel segno, in fondo… tanto male non è stato.

Ho sempre lavorato e, in particolari casi, anche con grossa soddisfazione personale. I soldi mi sono sempre bastati per fare tutto quello che volessi.

Ho conosciuto tante persone nuove e instaurato rapporti, anche intimi.

Ho assistito a tanti bei concerti in molte parti d’Italia e l’ho condiviso con tanti amici.

Ho visitato Lisbona e Stoccolma.

Mi sono separata ed ho patito, tanto.

Se ne sono andate per sempre delle belle persone e ho assistito al dolore di amici ma la mia famiglia è intatta e in salute.

Ho speso il mio tempo per aiutare la mia comunità e alcuni giovani virgulti a studiare.

Ho cantato col mio Coro in posti strepitosi e la sorellanza con le mie sisters cresce a dismisura.

Ho riallacciato rapporti che avevo dato per spacciati.

Ho avuto paura per la mia salute e fortunatamente non era niente di che.

Non mi sono innamorata, il mio cuore non ha cominciato a battere e sfarfallare.

Ho ballato, riso, scherzato, pianto e vissuto emozioni forti.

Ho scritto in questo blog.

Ho sofferto per la morte del mio Pedro, il cane che era rimasto all’ex marito.

Ho cercato di coltivare l’amore anche se la rabbia è sempre tanto presente e insistente.

Ho cercato di farmene una ragione, di accettare, metabolizzare e perdonare ma qui ancora c’è da lavorarci.

I propositi?

Divorziare, trovare una casa tutta mia, innamorarsi nuovamente ed essere corrisposta, continuare a lavorare alle cose che mi piacciono, curare di più la mia salute e la mia persona, impegnarsi in progetti che da tanto tempo ho in mente, continuare a cantare e ascoltare musica, fare un bel viaggio, rinsaldare i rapporti e ampliare i miei orizzonti, ricercare la fede in Dio che non trovo più, perseguire la mia felicità, perdonare e amare, trovare la pace interiore, volermi più bene e avere stima di me, credere di più nelle mie capacità, spiccare il volo… che dite sarà troppo?

A.

Tante domande e poche risposte

Quanto è dura perdonare.

Non col cervello, quello si fa… e si dice anche ti ho perdonato…tanto che ci costa..

Perdonare sul serio… è tutta un’altra storia. Ancora più difficile lo è quando nessuno si scusa o si pente; il perdonare-nonostante-tutto credo sia appannaggio solo dei Santi.

Sono certa che perdonare davvero significherebbe vivere con serenità il passato e aprirsi con fiducia al futuro. Far pace con le persone o le situazioni che ti hanno fatto male, equivarrebbe a suturare ferite che finalmente si rimarginerebbero. Significherebbe far pace con sé stessi e riacquistare fiducia negli altri e nella vita.

Ma come farlo sul serio? Come farlo sentendolo sgorgare dal profondo?

In questo momento ho la necessità di perdonare, di non sentire lo stomaco in subbuglio e il sangue che sale alla testa per la rabbia, di non ricacciare le lacrime indietro….ma non basta. Non basta dire ne ho bisogno, quindi ti perdono; non è solo razionalità.

Direi che non funziona nemmeno il pragmatismo. Mille le modalità che ho immaginato e pensato: urlare come un’indemoniata, scrivere lettere dove racconto la Versione di Arianta (si, perché ci sarà sempre una versione opposta alla tua…) e mandarle (o bruciarle?), prendere a calci e pugni un cuscino, distruggere una stanza intera, ma… non servirebbero.

Non importa quando sia grande la ferita; anche quelle piccole, se non si sanano via via, si infetteranno e ti infetteranno il cuore. Saranno come una montagna di fastidiosi sassolini nelle scarpe che non vediamo l’ora di scagliare da qualche parte (o meglio, addosso a qualcuno).

E allora che fare? Dialogare e spiegarsi potrebbe aiutare ma spesso mancano le condizioni primarie: consapevolezza e conoscenza di aver fatto male a qualcuno, capacità di chiedere scusa e spiegare le proprie ragioni, volontà di ascoltare e finalmente di perdonarsi a vicenda.

Quindi?

Accettare e metabolizzare: gli stati di fatto, le cose successe, le frasi dette o scritte, la diversa intelligenza emotiva, sensibilità e scala di valori?

Partire dall’assunto che il male ricevuto non sia fatto apposta ma frutto di una, chiamiamola, incomprensione?

Oppure?

Considerare che anche io posso fare del male senza accorgermene?

Superare l’orgoglio, la rabbia e il dolore della ferita e fare il primo passo per il dialogo e la riappacificazione?

Tante, troppe domande e ahimé poche, pochissime risposte….

Il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente. (Nelson Mandela)

Aria di Natale

Questo avvicinarsi rutilante al Natale mi ucciderá.

Sono lontani gli anni in cui si respirava “aria di Natale” passando a preparare bigliettini e a cercare pensieri piccoli piccoli per gli amici. Non di rado, ci mettevamo d’accordo e passavamo qualche pomeriggio a confezionare qualcosa con le nostre mani o a cercare regali per negozi. Era bello il pensare agli altri, il tempo speso a cazzeggiare cercando un’idea brillante per un presente calzante. Non contava il costo ma il gesto.

Pure mia madre, che è sempre stata una irriducibile hooligan del Natale, quest’anno si è rassegnata e ha abrogato il famigerato albero. Non ha però resistito al presepe… minimalista… 4 personaggi su un mobile e una candela finta.

Sotto tono e tristezza diffusa quindi. Niente gioia, lucine, sorrisi e auguri per tutti.

Personalmente, non vedo l’ora di arrivare al 7 gennaio. Mi sento molto stanca e avrei bisogno anche di un bello stacco dal lavoro ma… se mollo, la mia cara e fidata amica sadness sale a sanghellucio sulla mia schiena e procede al soffocamento. Quindi… è pure peggio! Evviva il lavoro forzato e forzoso.

Per contro, canto, tanto e con soddisfazione; ritrovarsi con le mie ‘sorelle’ acquisite mi fa bene ed è l’unico segnale tangibile che è effettivamente Natale oltre alle luminarie per le strade.

Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo e rivivere quei Natale densi di attesa e di attenzione per gli altri. Adesso faccio molta fatica a fare attenzione a me stessa… figuriamoci agli altri…

Era la mia prima vita. Adesso sono nella seconda… anzi… già che ci siamo…

Caro Babbo Natale, diciamo che è diverso tempo che faccio la brava. Per quest’anno chiederei solo una cosina facile facile. Penso che entri bene anche nel sacco. Ecco… insomma… se non ti fosse di troppo disturbo… vorrei la mia seconda occasione.

A. (42 anni ma fai conto che ne abbia 6 per favore!)

Pensieri e imprecazioni

Esci tutta pimpante per andare a lavoro e poi… a un certo punto…. senti una fitta nel costato.

Cazzarola… e ora? Poi ti ascolti meglio, indaghi con la mano e senti LUI…. quel merdosissimo ferretto del reggiseno, che ti pungola.

Così, dal niente, LUI, decide di rompersi alle 9 di mattina e tu sai che dovrai rimanere a lavoro per almeno altre 10 ore.

Provo a sfrucugliare senza dare troppo nell’occhio ai colleghi, ma la situazione è irreparabile e fatalmente compromessa.

Impensabile toglierlo… impensabile ripararlo. Rimane solo il soffrire in silenzio.

E penso… che vita difficile hanno le tette.

Si perché – Signori miei- le tette, dalla loro nascita, ingaggiano una lotta senza quartiere contro la forza di gravità, prudono, sudano, gonfiano e fanno male, dondolano al minimo movimento, cibano esseri umani, si ammalano e vivono costrette per tutta la loro vita in reggiseno più o meno comodi. Sono sempre sotto lo sguardo di tutti e non vedono l’ora di rientrare a casa, mettersi in libertà e ciondolare come gli pare senza troppe remore.

Infine, non sia mai che una donna abbia una taglia maggiore della terza, lavori in un ambiente prettamente maschile e tiri un filo di vento ghiaccio…. il capezzolo inopportuno è sempre in agguato e, statene certi, gli occhi di qualcuno cadranno sempre lì. Se siete fortunate oh voi Donne…sarà solo uno sguardo, se siete circondate da un branco di mostri- maniaci, vi ritroverete, in un attimo, inondate da battute da caserma.

LUI pungola e mi riporta alla triste realtà, interrompo l’apologia delle tette e tento di concentrarmi su altro mentre ‘rammento benevolmente’ tutti i santi e beati del paradiso che conosco….

Le certezze in questi casi si sa, aiutano; ed io sono CERTA che sarà una lunghissima e fastidiosissima giornata!

A.

Tunnel

Mi fermo un attimo e realizzo che sto facendo zapping tra le serie tv (il che significa che ne diventerò ben presto schiava!) e penso: Arianta, bene ma non benissimo…

Il cervello non si ferma, cerco di legarlo ma scappa sempre come un cane in odore di cagne in calore. Inutile anche indossare un pigiama orribile in pile, raggomitolarsi sul letto, coprirsi e aspettare la calma, leggere, ascoltare musica… lui va. Eccome se va.

Vaga, ondeggia, saltella, sussulta tra lavoro – Criminal Minds – casa – Broadchurch – amici – Luther– vita sentimentale – Grey’s Anathomy – dolori fisici e psichici – Twin Peaks – voglia di sentire qualcuno che non senti da troppo tempo…

Un pomeriggio che non lavoro? Il caos finto calmo. La mia mente è inarrestabile…

Ok, cerco di mettere ordine mattoncino per mattoncino come il metodo scientifico impone. Miiii… che fatica! Ma quanti cazzo sono ‘sti mattoncini? Domani eh?!

Si, lo so, dovrei imparare a star meglio con me stessa…anche se è dura stare assieme a una persona che ti sta sul culo ma…miiii che pesantezza, andremo d’accordo domani…

Potrei agire, muovermi, scuotermi, fare, brigare, rimettere a posto i vestiti (questi no!)… ma… miii possibile che non possa riposarmi un po’?… voglio diventare campionessa mondiale di sbraco a letto!

Vabbè scriviamo va, che in fondo fa bene.

Il calduccio delle coperte, la posizione fetale, il pile morbidoso e peloso fanno effetto…Sbadiglio, i pensieri vanno, inutile pensare di frenarli, spengo la luce sul comodino e….

Ah guarda! Cavolo una nuova serie su Netflix! Vediamola un po’…

ad libitum

The Storm is Passing Over

Ci siamo… domani ricomincia il tour!

Questo pensiero, mi accompagnerà nell’addormentarmi e mi sveglierà domattina in transagonistica. Già so che riceverò un milione di messaggi whapp dalle sis e dai bro per fissare (quale autobus? a che ora?, cosa ti metti?), consumerò una batteria intera del cellulare e riascolterò in maniera compulsiva le parti su cui non sono sicura.

Si, perché il coro è un gioco di squadra…ma ci tieni sempre a fare il tuo dovere; si è responsabili, anche di quelli che abbiamo accanto. E mi sembra una bella storia da vivere in questo periodo, fatto di personalismi a tutti i costi e dove lo ‘schivamento delle responsabilità’ sta per entrare – a buon diritto – nelle discipline olimpiche.

Godo appieno dei miei compagni, godo nell’ascoltare l’armonia e, dopo dieci anni insieme, godo nel distinguere le voci di ognuno.

Amo la loro compagnia, amo l’empatia, amo le cene assieme, amo riaccompagnarsi a casa e confidarsi in auto, amo condividere con loro emozioni, storie e passioni.

Amo ridere con loro, amo essere me stessa con loro, amo mettermi al loro servizio per la logistica e rendermi utile.

Non mi pesa… mai! E questo significa che va bene così e così deve continuare.

Saranno 20 giorni di fuoco, di corse, di cambi di scarpe, di trucchi e parrucchi, di vestiti neri e collane di perle finte, di tetris per far quadrare lavoro-casa-famiglia-figli, di grasse risate, di piazze gelide e vin brûlé.

Cantiamo messaggi di pace, amore, fede, ringraziamento, benedizione, richiesta di sostegno, certezza dell’aiuto dall’alto, liberazione, gioia e questo un po’ stride talvolta col mio stato d’animo. Ma mi fa sempre bene pensare e cercare di vivere secondo questi messaggi…

E come dice una delle mie preferite:

Have courage my soul, and let us journey on, thou the night is dark and I’m far from Home, thanks be to God, the morning light appears… the Storm is Passing Over, Hallelujah!

Amen!

Arianta