E mettici una pietra sopra!

Beh sono anni che me lo sento ripetere.

Stasera, durante un aperitivo una amica – che apprezzo perché mi dice quel che pensa senza se e senza ma – riparte con il mood “metter una pietra sopra”.

A cosa? Al mio matrimonio fallito, al mio passato che mi scherma dal futuro e dalle tante cose belle che potrebbero accadermi.

Rimonto in auto dopo i saluti, alla radio passano un buon rock da canticchiare; mi fumo una sigaretta a finestrino aperto, in questa sera di quasi estate.

Penso…a quello che dovrei seppellire, a quello che dovrei dimenticare, a quello che dovrei ricordare, a quello che dovrei riscoprire, a quello che dovrei perdonare e perdonarmi, a quello che dovrei tagliare, a quello che manca, a quello che c’è stato, ai doni che ho ricevuto dalla vita, alle tante belle persone che mi hanno affiancato, a chi mi ha sempre amato per quel che sono.

Rifletto… ha ragione, in parte. Non dovrei mettere una pietra sopra al mio ex matrimonio miseramente fallito… dovrei metterla sul mio ex marito, sugli errori, sulle cattiverie, sulle mancanze, sulla frustrazione, sulle paure, sulle piccole differenze, sui ricordi dolorosi.

Mentre razionalizzo, vedo…frammenti di immagini, occhi, mani, sorrisi, lacrime. Una marea di ricordi che spesso si possono tradurre in rimpianti e che potrebbero fermare la mia spinta in avanti ma… come si fa a mettere una riga su metà della tua vita? Non si può buttare via il bambino e l’acqua sporca (almeno così dice la saggezza popolare) ed io, in fondo, non lo voglio.

Non voglio dimenticare i momenti brutti e voglio ricordare quelli belli.

Il segreto della felicità credo in fondo sia “solo” tenere lí tutto, custodirlo, imparare e farne tesoro senza lasciarsi condizionare… senza bisogno di seppellire niente e nessuno.

È quel “solo” però che mi frega!

A.

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La trave nell’occhio

Cosa è “giusto”?

Stasera vado a letto con questo interrogativo marzulliano al quale credo non esista una risposta univoca.

Forse la domanda corretta sarebbe cosa è giusto per me?

Quello che mi fa felice

Quello che mi fa star bene

Quello che mi fa dormire sonni tranquilli

Quello che mi permette di guardarmi allo specchio e riconoscermi

Quello che non mi fa sentire in colpa

Quello che mi fa sorridere

Quello che mi fa cantare e saltare di gioia

Quello che mi fa sentire a mio agio

Quello che è nella mia natura

Quello che non ti fa incazzare come una bestia

Quello che ti alleggerisce

E se la cosa giusta per me fa male ad altri?

Eh qui la faccenda si complica… ho sempre cercato equità e giustizia nelle cose, persone e situazioni ma non sempre ci sono riuscita.

In verità penso di aver fatto in vita mia anche cose che mi rendevano felice ma profondamente sbagliate perché nuocevano potenzialmente (anzi, togliamo il potenzialmente!) ad altri.

Di una in particolare non ne vado fiera ma…la rifarei senza esitare perché in quel determinato – particolare – incasinatissimo momento, mi ridava il gusto della vita presa col sorriso e leggerezza…come una domenica a sdraioni su un prato col sole in fronte.

Dovrei sentirmi in colpa: io la paladina delle cose giuste, quella dura e pura a tutti i costi, quella intransigente.

Ma stasera, con questi popo’ di blues che mi attanaglia, il sentimento prevale sulla ragione, chiudo gli occhi e spero che i sogni superino la realtà perché – a volte – ce n’è di bisogno!

A.

You’ve got a friend

Caos. Caos totale.

Esci da lavoro e chiami l’amico di sempre; non risponde e pensi… vabbè riproverò.

E invece, immancabilmente, richiama appena uscito da lavoro.

L: Ariiii come va? Che mi racconti?

A: Ciao L! Beh che ti racconto… al solito, volevo sentirti e magari…

Non mi fa finire la frase, dal tono della mia voce Capisce e Sa. Mi dice subito: ho capito… bene ma non benissimo eh?!

Farfuglio qualcosa e dico…si, credo… insomma ho proprio bisogno di far due chiacchere con te, ovviamente impegni familiari permettendo.

L: ok, arrivo a casa e vediamo come organizzarci.

A: magari vengo da voi per un caffè una di queste sere…ci sentiamo presto!

Passa meno di un giorno e puntuale come un orologio svizzero, arriva l’invito a cena. Stabiliamo per mercoledì. JustEat, giappo-cinese e via. Easy.

Conosco L. da… oh cavolo… venticinque anni. Abbiamo passato l’adolescenza assieme nello stesso gruppo di amici e negli anni siamo rimasti legati. Lui è stato il mio testimone di nozze e lo amo come un fratello. Calmo, riflessivo, calvo, parla a voce bassa, razionale, diretto, un vissuto forte che lo ha reso l’uomo che è oggi. Lo vedo padre di una travolgente 2enne e marito felice con una moglie spettacolare al suo fianco.

Stasera, nel nostro dopocena, sorseggiando amari abbiamo parlato. Mi ha ascoltata e senza troppe seghe mentali – come da prassi – ci siamo confrontati. L’oggetto iniziale ero IO ma si è presto passato a un NOI ricordando le esperienze condivise e mettendo sul tavolo quelle che abbiamo fatto da soli. Gioie e Dolori alternate a battute e sfottò delicati.

Ci salutiamo con un abbraccio ‘di quelli che aggiustano’, torno a casa e prima di dormire rivedo alcuni fotogrammi del nostro film: come siamo cresciuti e cambiati, le distanze colmate, i momenti esilaranti….

Il suo Erasmus a Edimburgo, la cena con l’haggis, il PubTour, i suoi ‘ricciolini’, i tornei di calcio al campino, l’ospedale, le mie telefonate per farsi spiegare in due balletti come si legge un bilancio aziendale, le gite fuori porta, il viaggio fatto assieme per andare a sposarmi, lo stesso viaggio per andare a fare le valigie per andarmene dalla casa coniugale, i suoi regali, la mia performance vocale molesta al suo matrimonio, Taddeo, le chiacchierate con sua madre, i campi scuola, le partite a Burraco, la passione per la Fiorentina, i traslochi…

L. c’è e c’è sempre stato. Trova il tempo per me, pur con mille difficoltà, come fa un Amico. Ha pazienza con me e sono certa mi voglia un gran bene.

E nel Caos, quello totale…QUESTO fa VERAMENTE LA DIFFERENZA!

When you’re down and troubled

and you need a helping hand,

and nothing, whoa nothing is going right.

Close your eyes and think of me

And soon i will be there to brighten up even your darkest nights.

You just call out my name, and you know wherever I am

I’ll come running, oh yeah baby

to see you again.

Winter, spring, summer, or fall,

all you got to do is call

and I’ll be there, yeah, yeah, yeah.

You’ve got a friend.

A.

Quel che rimane

Piano piano, lentamente, mi riapproprio di quello che amavo fare e di cui mi sono privata per molto tempo.

Amavo leggere a letto, da sola, rannicchiata in posizione fetale; in sottofondo i rumori della casa: la lavastoviglie che gira, la tv mormorante, lo squillo del telefono, un cane che abbaia, il vento, la pioggia sul tetto…

Amavo leggere a letto, scaldare la mia e la sua parte, aspettarlo sveglia. Talvolta lo annoiavo leggendogli alcuni piccoli brani e facendo delle riflessioni ad orari assurdi.

Amavo leggere a letto, immergermi nelle storie ed immedesimarmi…talvolta fino alle lacrime come quella volta che, leggendo Venuto al mondo, mi ritrovai a singhiozzare.

Amavo leggere a letto ed addormentarmi col libro aperto in mano. Lui, amorevolmente, lo chiudeva senza perdermi il segno e spengeva l’abat-jour.

Più tardi, il suo chiudere amorevolmente il libro si era tramutato in un fastidio. Anche quel piccolo gesto gli era pesante.

Poi…il cambio della casa, delle abitudini, del letto, delle prospettive e della vita hanno fatto sí che per molto, troppo, tempo non mi sia più concessa questo lusso. Mi ricordava una quotidianità scomparsa che faccio ancora fatica a dimenticare.

Piano piano, con una assiduità perduta, mi rimetto in carreggiata. Ho ricominciato a leggere ed ascoltare i rumori della casa. E mi piace ancora, tanto.

Rimane una parte di letto vuoto, difficile da scaldare e da riempire, la nostalgia per quello che non c’è più e la voglia di tante cose nuove.

A.

Aria di Natale

Questo avvicinarsi rutilante al Natale mi ucciderá.

Sono lontani gli anni in cui si respirava “aria di Natale” passando a preparare bigliettini e a cercare pensieri piccoli piccoli per gli amici. Non di rado, ci mettevamo d’accordo e passavamo qualche pomeriggio a confezionare qualcosa con le nostre mani o a cercare regali per negozi. Era bello il pensare agli altri, il tempo speso a cazzeggiare cercando un’idea brillante per un presente calzante. Non contava il costo ma il gesto.

Pure mia madre, che è sempre stata una irriducibile hooligan del Natale, quest’anno si è rassegnata e ha abrogato il famigerato albero. Non ha però resistito al presepe… minimalista… 4 personaggi su un mobile e una candela finta.

Sotto tono e tristezza diffusa quindi. Niente gioia, lucine, sorrisi e auguri per tutti.

Personalmente, non vedo l’ora di arrivare al 7 gennaio. Mi sento molto stanca e avrei bisogno anche di un bello stacco dal lavoro ma… se mollo, la mia cara e fidata amica sadness sale a sanghellucio sulla mia schiena e procede al soffocamento. Quindi… è pure peggio! Evviva il lavoro forzato e forzoso.

Per contro, canto, tanto e con soddisfazione; ritrovarsi con le mie ‘sorelle’ acquisite mi fa bene ed è l’unico segnale tangibile che è effettivamente Natale oltre alle luminarie per le strade.

Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo e rivivere quei Natale densi di attesa e di attenzione per gli altri. Adesso faccio molta fatica a fare attenzione a me stessa… figuriamoci agli altri…

Era la mia prima vita. Adesso sono nella seconda… anzi… già che ci siamo…

Caro Babbo Natale, diciamo che è diverso tempo che faccio la brava. Per quest’anno chiederei solo una cosina facile facile. Penso che entri bene anche nel sacco. Ecco… insomma… se non ti fosse di troppo disturbo… vorrei la mia seconda occasione.

A. (42 anni ma fai conto che ne abbia 6 per favore!)

Quindici Uova…


Bravissima sei stata! Ne hai fatte quindici! E belle! Hai fatto ben quindici uova!

Quel giorno di dicembre, mi ero recata in clinica con tanta paura addosso e molta speranza nel cuore. Ero silenziosa e avevo tanti pensieri nella mente. 

Mi fanno accomodare in una stanza dove ci sono due brande abbastanza comode. Mi devo spogliare, mettere comoda, rilassarmi e aspettare. 

Il Signore può stare solo 5 minuti, la rivedrà quando abbiamo finito. Anche lui deve fare la sua parte mi dice una infermiera sorridente.

Rimango sola, mi entra freddo addosso ed entro sotto le coperte. Subito arriva la biologa che mi spiega la pratica a cui mi devo sottoporre di lì a breve, l’ispirazione ecoguidata dei follicoli. Mi rassicura: non sarà molto dolorosa stia tranquilla signora.

È il momento: l’infemriera sorridente mi viene a prendere e controlla che mi sia preparata a dovere, appena entro in sala e la ginecologa che mi ha seguito mi saluta e scherza con me mentre mi distendo su quel letto freddo e mi posiziono a scosciagalletto.

 Arriva anche l’anestesista e mi mette un’agocannula nella mano. Chiedo: A che serve? Non si sa mai, così siamo pronte anche a darle un po’ di antidolorifico se ne avrà bisogno…

Il tutto non mi rassicura ma ormai ci siamo, ho lottato e sofferto tanto per essere qui. Vedo quattro donne intorno a me. Occhi che spuntano da mascherine sterili. 

Mi concentro sul neon appeso al soffitto che emana una fastidiosa luce bianca che quasi mi acceca e un impercettibile ronzio.

Comincia il tutto; scendono le lacrime calde, copiose e silenziose. Quel letto di metallo è così freddo… mi parlano ma io non ascolto molto… penso e piango mentre aumenta il dolore che diventa quasi insopportabile. La mia mente con me è impietosa: ma è Questo il modo per avere un figlio? Non doveva essere la cosa più naturale del mondo? Dove sono le notti d’amore, i ritardi del ciclo, i test di gravidanza, le cartoline con la cicogna?

Smetto di pensare un momento e dico che sto cominciando a non sopportare più il fastidio che è diventato dolore. Prontamente mi fanno in vena un qualcosa che mi farà stare meglio. Dai Arianta, ho quasi finito…. ecco… fatto… 15! Bravissima sei stata! Ne hai fatte quindici! E belle! Hai fatto ben quindici uova!

Intanto continuo a fissare il soffitto mentre la droga che mi hanno dato fa effetto…ma fa tanto tanto freddo… anzi… tutto è freddo.

A.



Questo è triste per davvero!


Ogni mese, all’arrivo del ciclo, si riapre una ferita. A volte meno, a volte più… ma si riapre.

Sarà perché invecchio o perché pensò troppo. Sarà perché in fondo non mi sono liberata da questo fardello. Sarà perché sono cogliona o semplicemente umana.

Girarsi indietro non si deve e in fondo non si può. Non ha senso, mai. Il nostro tempo è assolutamente ed innegabilmente in divenire. Non torna, adesso è già passato e il futuro è un’incognita. Epicuro docet.

La dicotomia tra teoria e pratica però è quella che fa la differenza. Invidio chi riesce a inscatolare le situazioni (soprattutto dolorose) e non riaprirle mai. Non tornarci sopra anche solo con il pensiero sarebbe un gran passo. Col cuore poi, sarebbe LA SVOLTA.

Ieri sera, ho avuto una piccola colica…roba di donne insomma. Risolta con un’antidolorifico in breve tempo. Durante il dolore però, i miei pensieri non erano sul ‘qui ed ora’ sul ‘come farlo passare al più presto’ ma tutti rimandavano a quel periodo quando cercavo di avere un figlio a tutti i costi.  Non per soddisfare il mio desidero di maternità ma per completare la mia famiglia; per me quindi, ma anche per lui. Ciclo ormonale, sbalzi di umore ingestibili, pratiche dolorose con un risultato alla fine deludente e lacerante. Ancora di più se penso al fatto che subito dopo (ma forse anche durante) lui se ne stava andando altrove. 

Dopo, solo un’agonia lunga un anno. La separazione, telefonate orribili tra di noi e la più infame delle lettere inviate dal suo avvocato (che credevo un amico) nella quale, oltre a dipingermi come una malata di mente – psicologicamente fragile – ingrata approfittatrice dei benefit che la sua famiglia mi aveva concesso, spiccava l’accusa di averlo costretto a subire/acconsentire a fare una fecondazione assistita. 

Dalle bugie ci si può anche difendere ma da una cosa così no. 

Una volta eliminato il senso di colpa per la mia inadeguatezza, ho deciso di mollare, di non battagliare per i miei diritti di moglie, di non ‘fargli il culo’ come tutti mi suggerivano e di accettare ogni condizione posta perché in fondo…parlavamo due lingue diverse e perché era l’unico modo per mantenere aperta una possibilità di dialogo futura con quell’uomo che ho tanto amato. Ho lasciato intatta la spalletta del mio ponte….

La mia fragilità non ha voluto lo scontro, la mia infermità mentale ha aspettato e lo ha lasciato libero nelle sue scelte, la mia ‘avarizia’ ha accettato un assegno a due soldi che nemmeno lontanamente rende equità al mio contributo all’andamento familiare e non può ripagare il dolore inferto.

Adesso cosa mi rimane… un po’ di € da donare in beneficenza (perché io quei soldi non li voglio!), un po’ di problemi fisici riferibili a quel periodo, un ex marito che non mi parla da più di tre anni, una lettera orribile che male si cancella, pensieri cattivi che non mi appartengono e la difficoltà di accettarsi e accettare di aver sbagliato a scegliere con chi passare la mia vita. 

Rimangono tanti sogni nei quali spero vivamente di rimanere vedova, un tatuaggio a forma di lumaca, delle coliche mensili condite da forti mal di testa, la certezza che non avrò figli e la difficoltà a rimettersi in gioco e provare a innamorarsi di nuovo, la mia immagine di donna e moglie parecchio incrinata e un’autostima ai minimi storici.

C’è anche del nuovo! Tante persone care e tante belle esperienze che però ancora non colmano il vuoto. C’è la voglia di ridere e divertirsi, l’interesse e la curiosità verso il diverso, la ricerca di una casa tutta per me, la fragile speranza che tutto cambi e torni più bello e splendente di prima.

Rimane un interrogativo al quale non avrò mai risposta: che moglie orribile devo essere stata per suscitare in te tanta cattiveria prima e indifferenza poi? E poi: potrò mai essere di nuovo una compagna per qualcuno?

A.