Quel che rimane

Piano piano, lentamente, mi riapproprio di quello che amavo fare e di cui mi sono privata per molto tempo.

Amavo leggere a letto, da sola, rannicchiata in posizione fetale; in sottofondo i rumori della casa: la lavastoviglie che gira, la tv mormorante, lo squillo del telefono, un cane che abbaia, il vento, la pioggia sul tetto…

Amavo leggere a letto, scaldare la mia e la sua parte, aspettarlo sveglia. Talvolta lo annoiavo leggendogli alcuni piccoli brani e facendo delle riflessioni ad orari assurdi.

Amavo leggere a letto, immergermi nelle storie ed immedesimarmi…talvolta fino alle lacrime come quella volta che, leggendo Venuto al mondo, mi ritrovai a singhiozzare.

Amavo leggere a letto ed addormentarmi col libro aperto in mano. Lui, amorevolmente, lo chiudeva senza perdermi il segno e spengeva l’abat-jour.

Più tardi, il suo chiudere amorevolmente il libro si era tramutato in un fastidio. Anche quel piccolo gesto gli era pesante.

Poi…il cambio della casa, delle abitudini, del letto, delle prospettive e della vita hanno fatto sí che per molto, troppo, tempo non mi sia più concessa questo lusso. Mi ricordava una quotidianità scomparsa che faccio ancora fatica a dimenticare.

Piano piano, con una assiduità perduta, mi rimetto in carreggiata. Ho ricominciato a leggere ed ascoltare i rumori della casa. E mi piace ancora, tanto.

Rimane una parte di letto vuoto, difficile da scaldare e da riempire, la nostalgia per quello che non c’è più e la voglia di tante cose nuove.

A.

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Aria di Natale

Questo avvicinarsi rutilante al Natale mi ucciderá.

Sono lontani gli anni in cui si respirava “aria di Natale” passando a preparare bigliettini e a cercare pensieri piccoli piccoli per gli amici. Non di rado, ci mettevamo d’accordo e passavamo qualche pomeriggio a confezionare qualcosa con le nostre mani o a cercare regali per negozi. Era bello il pensare agli altri, il tempo speso a cazzeggiare cercando un’idea brillante per un presente calzante. Non contava il costo ma il gesto.

Pure mia madre, che è sempre stata una irriducibile hooligan del Natale, quest’anno si è rassegnata e ha abrogato il famigerato albero. Non ha però resistito al presepe… minimalista… 4 personaggi su un mobile e una candela finta.

Sotto tono e tristezza diffusa quindi. Niente gioia, lucine, sorrisi e auguri per tutti.

Personalmente, non vedo l’ora di arrivare al 7 gennaio. Mi sento molto stanca e avrei bisogno anche di un bello stacco dal lavoro ma… se mollo, la mia cara e fidata amica sadness sale a sanghellucio sulla mia schiena e procede al soffocamento. Quindi… è pure peggio! Evviva il lavoro forzato e forzoso.

Per contro, canto, tanto e con soddisfazione; ritrovarsi con le mie ‘sorelle’ acquisite mi fa bene ed è l’unico segnale tangibile che è effettivamente Natale oltre alle luminarie per le strade.

Mi piacerebbe tanto tornare indietro nel tempo e rivivere quei Natale densi di attesa e di attenzione per gli altri. Adesso faccio molta fatica a fare attenzione a me stessa… figuriamoci agli altri…

Era la mia prima vita. Adesso sono nella seconda… anzi… già che ci siamo…

Caro Babbo Natale, diciamo che è diverso tempo che faccio la brava. Per quest’anno chiederei solo una cosina facile facile. Penso che entri bene anche nel sacco. Ecco… insomma… se non ti fosse di troppo disturbo… vorrei la mia seconda occasione.

A. (42 anni ma fai conto che ne abbia 6 per favore!)

Quindici Uova…


Bravissima sei stata! Ne hai fatte quindici! E belle! Hai fatto ben quindici uova!

Quel giorno di dicembre, mi ero recata in clinica con tanta paura addosso e molta speranza nel cuore. Ero silenziosa e avevo tanti pensieri nella mente. 

Mi fanno accomodare in una stanza dove ci sono due brande abbastanza comode. Mi devo spogliare, mettere comoda, rilassarmi e aspettare. 

Il Signore può stare solo 5 minuti, la rivedrà quando abbiamo finito. Anche lui deve fare la sua parte mi dice una infermiera sorridente.

Rimango sola, mi entra freddo addosso ed entro sotto le coperte. Subito arriva la biologa che mi spiega la pratica a cui mi devo sottoporre di lì a breve, l’ispirazione ecoguidata dei follicoli. Mi rassicura: non sarà molto dolorosa stia tranquilla signora.

È il momento: l’infemriera sorridente mi viene a prendere e controlla che mi sia preparata a dovere, appena entro in sala e la ginecologa che mi ha seguito mi saluta e scherza con me mentre mi distendo su quel letto freddo e mi posiziono a scosciagalletto.

 Arriva anche l’anestesista e mi mette un’agocannula nella mano. Chiedo: A che serve? Non si sa mai, così siamo pronte anche a darle un po’ di antidolorifico se ne avrà bisogno…

Il tutto non mi rassicura ma ormai ci siamo, ho lottato e sofferto tanto per essere qui. Vedo quattro donne intorno a me. Occhi che spuntano da mascherine sterili. 

Mi concentro sul neon appeso al soffitto che emana una fastidiosa luce bianca che quasi mi acceca e un impercettibile ronzio.

Comincia il tutto; scendono le lacrime calde, copiose e silenziose. Quel letto di metallo è così freddo… mi parlano ma io non ascolto molto… penso e piango mentre aumenta il dolore che diventa quasi insopportabile. La mia mente con me è impietosa: ma è Questo il modo per avere un figlio? Non doveva essere la cosa più naturale del mondo? Dove sono le notti d’amore, i ritardi del ciclo, i test di gravidanza, le cartoline con la cicogna?

Smetto di pensare un momento e dico che sto cominciando a non sopportare più il fastidio che è diventato dolore. Prontamente mi fanno in vena un qualcosa che mi farà stare meglio. Dai Arianta, ho quasi finito…. ecco… fatto… 15! Bravissima sei stata! Ne hai fatte quindici! E belle! Hai fatto ben quindici uova!

Intanto continuo a fissare il soffitto mentre la droga che mi hanno dato fa effetto…ma fa tanto tanto freddo… anzi… tutto è freddo.

A.



Questo è triste per davvero!


Ogni mese, all’arrivo del ciclo, si riapre una ferita. A volte meno, a volte più… ma si riapre.

Sarà perché invecchio o perché pensò troppo. Sarà perché in fondo non mi sono liberata da questo fardello. Sarà perché sono cogliona o semplicemente umana.

Girarsi indietro non si deve e in fondo non si può. Non ha senso, mai. Il nostro tempo è assolutamente ed innegabilmente in divenire. Non torna, adesso è già passato e il futuro è un’incognita. Epicuro docet.

La dicotomia tra teoria e pratica però è quella che fa la differenza. Invidio chi riesce a inscatolare le situazioni (soprattutto dolorose) e non riaprirle mai. Non tornarci sopra anche solo con il pensiero sarebbe un gran passo. Col cuore poi, sarebbe LA SVOLTA.

Ieri sera, ho avuto una piccola colica…roba di donne insomma. Risolta con un’antidolorifico in breve tempo. Durante il dolore però, i miei pensieri non erano sul ‘qui ed ora’ sul ‘come farlo passare al più presto’ ma tutti rimandavano a quel periodo quando cercavo di avere un figlio a tutti i costi.  Non per soddisfare il mio desidero di maternità ma per completare la mia famiglia; per me quindi, ma anche per lui. Ciclo ormonale, sbalzi di umore ingestibili, pratiche dolorose con un risultato alla fine deludente e lacerante. Ancora di più se penso al fatto che subito dopo (ma forse anche durante) lui se ne stava andando altrove. 

Dopo, solo un’agonia lunga un anno. La separazione, telefonate orribili tra di noi e la più infame delle lettere inviate dal suo avvocato (che credevo un amico) nella quale, oltre a dipingermi come una malata di mente – psicologicamente fragile – ingrata approfittatrice dei benefit che la sua famiglia mi aveva concesso, spiccava l’accusa di averlo costretto a subire/acconsentire a fare una fecondazione assistita. 

Dalle bugie ci si può anche difendere ma da una cosa così no. 

Una volta eliminato il senso di colpa per la mia inadeguatezza, ho deciso di mollare, di non battagliare per i miei diritti di moglie, di non ‘fargli il culo’ come tutti mi suggerivano e di accettare ogni condizione posta perché in fondo…parlavamo due lingue diverse e perché era l’unico modo per mantenere aperta una possibilità di dialogo futura con quell’uomo che ho tanto amato. Ho lasciato intatta la spalletta del mio ponte….

La mia fragilità non ha voluto lo scontro, la mia infermità mentale ha aspettato e lo ha lasciato libero nelle sue scelte, la mia ‘avarizia’ ha accettato un assegno a due soldi che nemmeno lontanamente rende equità al mio contributo all’andamento familiare e non può ripagare il dolore inferto.

Adesso cosa mi rimane… un po’ di € da donare in beneficenza (perché io quei soldi non li voglio!), un po’ di problemi fisici riferibili a quel periodo, un ex marito che non mi parla da più di tre anni, una lettera orribile che male si cancella, pensieri cattivi che non mi appartengono e la difficoltà di accettarsi e accettare di aver sbagliato a scegliere con chi passare la mia vita. 

Rimangono tanti sogni nei quali spero vivamente di rimanere vedova, un tatuaggio a forma di lumaca, delle coliche mensili condite da forti mal di testa, la certezza che non avrò figli e la difficoltà a rimettersi in gioco e provare a innamorarsi di nuovo, la mia immagine di donna e moglie parecchio incrinata e un’autostima ai minimi storici.

C’è anche del nuovo! Tante persone care e tante belle esperienze che però ancora non colmano il vuoto. C’è la voglia di ridere e divertirsi, l’interesse e la curiosità verso il diverso, la ricerca di una casa tutta per me, la fragile speranza che tutto cambi e torni più bello e splendente di prima.

Rimane un interrogativo al quale non avrò mai risposta: che moglie orribile devo essere stata per suscitare in te tanta cattiveria prima e indifferenza poi? E poi: potrò mai essere di nuovo una compagna per qualcuno?

A.

Memorie di una nipote

Caro nonno, ieri sarebbe stato il tuo compleanno e come tutti gli anni, da quando ho memoria, lo festeggio.

Prima facevamo delle gran grigliate tutti assieme con te che seduto a tavola godevi nel vederci assieme. Il cibo non era mai abbastanza perché tu, come la nonna, avevi patito la fame e le tavole con poco pane e poca acqua erano brutte da vivere. Brontolavi sempre la nonna perché “era pochino” e insistevi perché si mangiasse fino allo sfinimento.

Di te ricordo tante cose…belle, bellissime. Magari non sarai stato il nonno perfetto ma eri il MIO  nonno e tanto mi bastava.

Mi hai insegnato a innestare le piante a spacco e, dopo pranzo, nonostante la terra chiamasse, passavi un po’ di tempo a giocare a scopa con me che – ancora 5enne- imparavo a fare le somme fino a 10.

Mi hai portato nel campo con te, sul trattore, hai colto la frutta per farmela mangiare lí per lí. Spesso quando tornavi per fare la colazione mattutina, tiravi fuori dalla tasca del tuo grembiule una manciata per me (more, sorbe, ciliegie…).

Eri ossessionato quando mangiavamo una fetta di prosciutto crudo…perché potevamo strozzarci (e brontolavi la nonna e la mamma perché non ci ‘badavano’ a dovere), ansioso quando andavamo in bicicletta e quando – già  grandi – partivamo per le vacanze da soli.

Quella volta che mi punse una vespa su un piede!! Cominciai a piangere ed eravamo vicino alla vecchia tinaia. Portavi sempre la falce attaccata alla cintura. Vedo, mentre piango, che prendi questa falce, la passi sotto l’acqua e corri verso di me. In quel momento ho creduto tu volessi tagliarmi il piede e ho strillato come un’ossessa. Invece… volevi solo mettere a contatto col mio piede una cosa fredda perché il dolore passasse 😂.

Ricordo le notti in cui abbiamo dormito assieme e giocato nel letto a fare il “lucertolone”, quando ti alzavi e d’estate ci lanciavi dalla finestra l’acqua sghignazzando perché rimanevamo a chiacchere sotto la tua finestra, quando ingaggiavi la lotta senza quartiere contro i calabroni, quando ti abbiamo attaccato gli orecchioni, quando mi portavi al lavoro con te a vendere ortaggi e ti scarabocchiavo tutte le buste di carta gialla. La preparazione della caccia, i funghi, tutti gli animali che ti ho costretto ad accudire (persino il maialino d’india che avevo visto alla Festa dell’Unitá!!).

Ricordo i tuoi occhi, la tua risata, i tuoi moccoli, la tua passione per la brillantina e per la musica (Riccardo Fogli il tuo preferito), le tue mani ruvide che mi grattano la schiena e il tuo chiamarmi mimma. La tua commozione il giorno della mia laurea e del mio matrimonio, la nostra ultima telefonata…

Sono stata davvero baciata dalla fortuna e so che ogni tanto mi guardi e sorridi! Buon compleanno Nonno.

A.

Il dimenticatoio 


Sono seduta su una sedia in ufficio. Non riesco a muovermi. Mi scoppia la testa. Il raffreddore e la tosse (coadiuvata dalle sigarette) non aiutano…

I miei pensieri spaziano dall’elenco delle telefonate che devo fare, alle riunioni da programmare e che non vorrei assolutamente fare, alle attività extra che mi aspettano, a quel sogno vivido come non mai che ho fatto stanotte e che mi ha sconvolto la giornata.

Penso a chi vorrei vedere e sentire e a chi non vorrei sentire più. A chi mi ha fatto del male gratuitamente e a quelli a cui l’ho permesso altrettanto facilmente. Penso anche al male che ho fatto io.

Le tempie pulsano, continua la frenesia dei messaggi di lavoro su whapp, gli occhi si appannano, le lacrime salgono ma non devono scendere. 

Prendere un caffè? Un antibiotico? Un ansiolitico? Fumare un cicchino? Piangere un po’? Scappare a casa a tentare di dormire e ricaricare le pile? Come si fa… c’è tanto, troppo lavoro da fare…ho promesso a troppe persone che avrei fatto…

Ecco il groppo, puntuale come sempre e che puntualmente si scioglie se piangiamo. 

NO! 

Rifletto, respiro, cerco di dire al mio cuore di smettere di martellare nel petto. Cerco di individuare il problema, la paura recondita che si nasconde dietro a questo caos.

Eccolo…Il dimenticatoio…

La paura di essere dimenticata dalle persone che ho amato e conosciuto. La paura di non aver lasciato traccia del mio percorso e di essere ricordata per quella che non sono.

Già…il fatto che non si può piacere a tutti ormai dovrebbe essere assodato…. ma non piacere alle persone che hai amato in qualche forma.. beh implica il rifiuto e il dimenticatoio… e fa male assai.

Scrivo e mi alleggerisco… amici che mi passano a trovare e mi allungano un caffè con taaaanto zucchero. 

Dimenticatoio e Dolcezza. Ecco. 

A.